Eppure è vero
Da MormonWiki.
EPPURE E’ VERO!
Successe tutto un pomeriggio di molti anni fa: trentacinque, per essere precisi! Ah, la beata gioventù, com’è lontana adesso! A quel tempo era vicina vicina invece, e luminosa, ma non me ne accorgevo, perché la stavo vivendo ed era possibile avere tanti sogni e tanti progetti, perché ogni giorno era come se fosse il primo, e lo vivevo con lo stesso stupore, e la stessa grinta.
A quel tempo ci eravamo iscritte a Magistero, io e mia sorella Venerina; e andavamo tutti i giorni a Genova, una città piena di sole e di tramonti luminosi, e com’era doloroso tornare ogni sera alla nebbia piemontese, dopo aver contemplato un altro mondo più vasto! Con l’andar dei giorni e l’aumento degli impegni scolastici, decidemmo di prendere un appartamentino. Avremmo lavorato per pagare l’affitto, ed avremmo anche studiato. Era un sogno che a furia di essere accarezzato diventò realizzabile, con qualche modifica.
Trovammo altre due compagne di scuola-- Silvana e Giuliana-- con lo stesso sogno, o la stessa necessità (perché chi può dire quando finisce uno e comincia l’altra?) e messi insieme i nostri risparmi riuscimmo ad avere la somma necessaria alla cauzione e anche l’appartamento!
Era in via Montegrappa: il numero l’ho dimenticato, ma ricordo ancora il pancione del portiere, la sua faccia burbera, la nostra gioia nell’entrare in quelle stanze disadorne, il fatto di sentirci “padrone e responsabili”, l’allegria dei primi giorni. E, come dicevo, in uno di questi pomeriggi accadde tutto quel che poté cambiare la nostra vita.
Silvana e Giuliana uscirono a fare un paio di “vasche” sotto i portici di via XX Settembre, e, cosa insolita (ma solo per noi!) incontrarono due missionari mormoni. Proprio vicino a Piazza de Ferrari, a poca distanza dal Teatro Carlo Felice avevano piazzato una mostra --- alcuni cartelloni con delle scritte — le persone passavano di là, e a volte si fermavano a parlare con loro: Silvana e Giuliana evidentemente lo fecero.
Infatti tornarono a tardo pomeriggio tripudianti: “Abbiamo invitato due ragazzi, americani, simpatici e anche belli”. A questo punto io e ia sorella ci guardammo “Ma siete folli, non potete invitare a casa tutti quelli che incontrate, che ne sapete di loro?! Potrebbero essere dei criminali, dei serial killer!”. “Ma no, sono bravissimi invece, sono missionari mormoni!”. Restammo perplesse. La parola 'missionari' servì a tranquillizzarci la parola “mormoni” mi rese un po’ inquieta perché avevo appena finito di leggere “Uno studio in Rosso” di Conan Doyle, dove i mormoni non ci facevano una gran bella figura. Ma comunque eravamo curiose di vedere chi fossero questi stranieri che avevano fissato un appuntamento per la mattina presto, prima che uscissimo per iniziare i corsi.
Così il giorno dopo arrivarono: due giovani (più o meno della nostra età—uno dei due molto più giovane—aveva diciannove anni appena compiuti—e noi già ventuno) vestiti accuratamente: siccome il tempo era piovoso uno dei due portava un paio di soprascarpe (mai viste soprascarpe in vita mia—ne avevo letto qualcosa nei romanzi). Iniziarono a parlare avvicendandosi.
Fu così che sentimmo, per la prima volta, parlare di Joseph Smith. A dir la verità avevamo dato una scorsa, la sera prima, ad un opuscolo. In copertina c’era la foto di un giovane alto, con il viso intensamente spirituale. La storia della prima visione ci aveva lasciato più che incredule, sghignazzanti, ma com’è possibile vedere Dio e Gesù Cristo?
Chissà perché, se avesse detto di aver visto la Madonna avremmo potuto pensare che forse era possibile, ma lui aveva visto Dio e Gesù! Certo, se avesse detto di aver visto la Madonna sarebbe stato in buona compagnia: Bernadette Soubirou, Lucia Dos Santos, e un sacco di altre persone: ma Dio? Ci sembrava impossibile, per quel che ne sapevamo noi nessuno lo aveva mai visto!
Comunque ascoltammo in silenzio, a quel tempo non c’erano film su Joseph Smith, né libri tradotti in italiano, per quel che ne sapevamo, ma solo qualche scarna figura che mostrava un ragazzo inginocchiato e al di sopra di lui il Padre e il Figlio. E la prima domanda che facemmo fu: “Come facciamo a dire che quello che dite è vero?”. La risposta che lì per lì non capimmo bene fu che potevamo parlare da soli a Dio e chiedere a Lui se queste cose che ci avevano detto erano vere o no. Loro in effetti potevano solo dirci quanto sapevano, ma non farcelo credere.
Ascoltammo abbastanza faticosamente, in quanto il loro italiano era molto difficile da capire. Il più grande Anziano Cunningham aveva ben ventitré anni, ma era in Italia solo da un anno, il suo collega invece era da meno tempo sul campo di missione.
Comunque si fermarono per ben venti minuti, ed alla fine ci chiesero quando potevano tornare. Ricordo che pensai che la prossima volta avrei avuto di sicuro un qualche impegno che mi avrebbe impedito di esser presente. Mia sorella dovette pensare la stessa cosa perché disse “Abbiamo molto da studiare, non abbiamo tempo…”. Una scusa banale, ma con un fondo di verità. Non avevamo il coraggio di dir loro che la loro religione non c’interessava, ma ci premurammo di fissare da lì a venti giorni il prossimo appuntamento, sperando che se ne dimenticassero.
Un giorno o due dopo, ero in Biblioteca, a Magistero, quando entrò il prof. Belvederi ed altri due o tre docenti: si diressero ad uno scaffale e cominciarono ad estrarre alcuni libri, parlottando fra loro. Da lì ad alcuni minuti fu annunciato che tutti gli studenti dovevano uscire dalla Biblioteca. Connesso a questo avvenimento fu l’annuncio sul giornale del giorno dopo, che il Magistero avrebbe serrato i battenti per una ventina di giorni. Stavo tornando a casa dal Magistero, il giorno dopo, con questa notizia, quando incontrai Silvana: “Sai hanno chiuso Magistero per un po’”.
Non ci voleva credere, e poi mi disse: “Indovina un po’ chi c’è a casa nostra adesso?”. Non sapevo. “I missionari mormoni”. Era il mio turno di non crederci.
Invece erano là, del tutto a loro agio, con un bel sorriso sul volto e un gigantesco mazzo di fiori. “Sapete che cos’è una Serata Familiare?”. Non lo sapevamo e in quel momento, eravamo libere da preoccupazioni di scuola, e troppo oneste per nasconderlo. Così alla sera vennero, portarono un messaggio spirituale, e fecero anche il pop corn, che mangiai per la prima volta.
Dopo questo imparammo per prima cosa, che al mondo ci sono persone diverse, che ci sono idee di cui noi possiamo non aver mai sentito parlare, ma di cui abbiamo in qualche modo avuto sentore nel nostro spirito. Furono queste idee che ci spinsero a fare spazio dentro di noi all’investigazione ed alla ricerca spirituale.
La dottrina mormone che mi conquistò fu quella della pre-esistenza. L’uomo non comincia ad esistere quando nasce, ma molto prima, anzi, si può dire “è sempre esistito” dapprima come elemento, poi come figlio di spirito di Dio.
Il fatto che uno esista prima della nascita è plausibile col fatto che lo spirito è immortale, perché secondo me, se una cosa ha avuto inizio avrà anche una fine, ma se l’inizio non c’è, non ci sarà mai neppure la fine. Dopo varie investigazioni in biblioteca seppi che questa dottrina era stata creduta vera dai primi cristiani, e rigettata verso il IV secolo o giù di lì. In compenso anche nella nostra epoca ci sono persone attratte dalle religioni orientali forse proprio grazie alla dottrina della reincarnazione.
La preesistenza spiega il perché delle prove che abbiamo in questa vita, le differenze evidenti di condizioni fra una persona e l’altra, e anche toglie la paura della morte, in quanto soltanto il corpo è soggetto ad essa.
Un'altra dottrina che mi conquistò fu quella della creazione non dal nulla: ma già lo sapevo quello, che la materia è sempre esistita, anche se in forme diverse, e sempre esisterà. Niente è mai stato creato dal nulla, anzi, il nulla non esiste, ma nell’universo c’è sempre un’agitazione permanente, e questo si chiama progresso eterno.
La storia che i due anziani (in realtà così venivano chiamati i missionari mormoni, benché fossero giovani) ci raccontavano era bellissima, e ciò che ci raccontarono quella prima volta era la storia di Joseph Smith, quella che ci aveva fatto fare grandi sghignazzate la sera prima, ma detta da loro non pareva più così comica.
Nei primi decenni dell’ 800, in America, c’era stato un revival religioso: folle numerose erano emigrate dall’Europa fino agli Stati Uniti e fra essi il problema religioso era molto sentito: "salvato o dannato" era il quesito che ognuno si poneva, una domanda da cui non erano esenti neanche i bambini.
Si diffusero in quel periodo molte denominazioni religiose, alcune tradizionali, vecchie di secoli, altre nate da poco. A quel tempo, nello stato di New York, Joseph Smith, un ragazzo campagnolo cercava di dare una risposta al quesito che era nella sua mente. Aveva assistito a molte riunioni religiose, nelle cappelle importanti, o in spiazzi aperti, ma le sue domande erano rimaste senza risposta. Per essere salvato doveva fare la volontà di Dio: cioè unirsi ad una chiesa, che fosse quella vera, quella sanzionata da Dio. Tutte le chiese in quel periodo affermavano di avere la verità, e così era impossibile conoscere quale fosse quella vera.
Joseph lesse un versetto dalla Bibbia in Giacomo 1:5 “che se alcuno di voi manca di sapienza la chiegga a Dio che dona a tutti liberamente….”. Se quel che diceva Giacomo era vero, se Dio dava la saggezza a chi non sapeva, allora l’avrebbe sicuramente aiutato.
Così Joseph s’inginocchiò e chiese a Dio. Il resto è storia.
La cosa che ci colpì fu la logica di un Dio personale, buono e che è pronto ad aiutarci. Raccontandoci questa storia i missionari ci esortavano a fare lo stesso esperimento di Joseph Smith.
Se avessimo letto il Libro di Mormon, se avessimo pregato con sincerità, avremmo potuto avere dei sentimenti insoliti, delle idee più geniali, qualsiasi cosa buona, perché Dio non avrebbe mai potuto risponderci “male” o non risponderci affatto. Perché qual è quel padre che se il figlio gli chiede un pane gli dia una serpe? Dio, se esisteva ed era un Padre buono avrebbe dovuto ascoltarci.
Fu così che cercammo in quei giorni una testimonianza personale di quel che sentivamo, quel che imparavamo ogni giorno dalle scritture. Imparammo a fare un’introspezione quotidiana, e a meditare in modo da riconoscere i nostri sentimenti e le motivazioni, per avere chiarezza interiore.
I missionari venivano regolarmente, e ad ogni discussione trovavo che certe idee, certe nozioni come quella, per esempio, di apostasia del cristianesimo erano già parte di me, come se già le conoscessi e le avessi dimenticate.
E poi sentivo la gioia, una gioia che veniva mentre loro parlavano e anche quando erano andati via persisteva. “Non ardeva il cuor nostro in noi mentr’egli ci parlava per la via?....”(Luca 24:32). Ed era così, anche per me, quel sentimento era come un ardore del cuore.
Lessi il Libro di Mormon, all’inizio difficile da capire, e poi sempre più chiaro, scritto proprio per le persone che vivevano in questo secolo, le persone che avrebbero lasciato le loro abitudini del mondo per riscoprire Dio, ma un Dio diverso. Lo cominciai a leggere e da allora ho continuato, trovando sempre nuovi spunti per i miei pensieri, lui è cresciuto insieme con me in questi anni.
E pregammo (nella mia esperienza di conversione non ero sola — mia sorella era con me, per cui quando dico noi, intendo anche lei) per avere la certezza della verità, pregammo per ricevere il desiderio e la forza di cambiare la nostra vita, e poi a poco a poco, come un rombo di tuono, si fece strada nel mio cuore e nella mia mente la risposta: ragazzi, era proprio come dicevano loro!
Passai qualche giorno a chiedermi se ero normale, suggestionata o che, e in quei giorni lo spirito era sparito, e invece c’era l’angoscia, e il buio. E poi un giorno quando l’anziano Cunningham domandò alla fine di una discussione missionaria: “Allora qualcuna di voi vorrebbe accettare il battesimo?”.
Alzai la mano, avevo ancora paura, e molta, non sapevo se avrei potuto persistere, ero vacillante, le mie certezze, la mia nuova fede aveva la consistenza dell’erba. Sono passati trentacinque anni.